Ieri sera tornando da Bari con il regionale delle 20:20, che per fortuna ancora cammina… mi sono persuaso della catastrofe. Quale catastrofe? Quella dell’università italiana.

Ho partecipato alla presentazione del Rapporto della fondazione Res “Università in declino, un’indagine sugli atenei da Nord a Sud”, a cura di Gianfranco Viesti.

Molte delle domande che spesso mi pongo hanno trovato conferma. Sei anni sono passati nel disinteresse generale della politica, delle istituzioni ma anche di studenti e docenti. Sei anni da quando il governo Berlusconi con la coppia d’attacco Tremonti, Ministro dell’economia e Gelmini, Ministro dell’istruzione e dell’università ponevano le basi per la dissoluzione del sistema universitario italiano. D’allora l’università è stata progressivamente definanziata, impoverita, saccheggiata e retrocessa come mai, soprattutto al sud. Questa è una costante nonostante si siano succeduti quattro governi.

A quel governo di centrodestra successe un governo tecnico guidato da Mario Monti, con il rettore del Politecnico di Torino Profumo, al dicastero dell’università. Dopo due anni arrivò, con il governo di grande coalizione guidato da Enrico Letta, Maria Chiara Carrozza rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Sia il ministro, sia il presidente del consiglio erano espressione del partito democratico. Oggi con il governo Renzi, al ministero dell’università abbiamo Stefania Giannini un altro rettore, questa volta dell’università per Stranieri di Perugia.

In questi anni quindi, si sono succeduti, a eccezione della sola Gelmini, tre rettori nell’incarico di Ministro dell’istruzione e dell’università, nonostante tutto non hanno fatto nulla per invertire la rotta. Ma a guardar bene, questi hanno fatto esattamente i loro interessi  sono tutti e tre rettori di piccole università, esattamente quelle che da questo progetto ne hanno guadagnato. Benché sia palesemente stupido credere che la dissoluzione del sistema universitario nazionale, possa alla lunga permettere a queste università di mantenere il vantaggio di breve periodo conquistato a scapito delle grandi.

Un paese che non investe nel futuro è destinato al declino… a differenza di quanto sta accadendo in molti paesi dell’Europa continentale, non solo in Germania e Francia, dove la spesa per l’università è stata potenziata con percentuali che toccano il 23% da noi, sono i tagli ad avere queste proporzioni.

L’istruzione universitaria, se si continua così, sarà sempre più un diritto accordato a pochi che avranno la fortuna di essere nati nel posto giusto e nella famiglia giusta, per potersi permettere un’istruzione dai costi sempre più proibitivi.

Qui va detto anche, che i pochi che se la sfangano poi pensano solo ai loro piccoli interessi. Vale sia per gli studenti vincitori di borse, che per i ricercatori e i professori sempre più piegati a perseguire battaglie personali per se stessi e per la propria carriera.

Benché questi tagli colpiscano tutte le università da nord a sud, quello che mostrano questi dati sono un sadico smantellamento delle università del sud. Le già poche università e le poche risorse destinate continuano a ridursi molto di più che al nord: tagliati i servizi agli studenti, tagliati i corsi di laurea, aumentate le tasse, aumentati i costi di trasporto, le rette delle residenze.

Questo perché i nuovi criteri di valutazione dell’università e del finanziamento sono in pratica modificabili a discrezione esclusiva del ministro di turno, che può quindi decidere dove e a chi destinare i soldi e così di fatto è avvenuto da sei anni a questa parte.

Tutto questo è successo non per caso, ma per una precisa volontà dei governanti, che vigliaccamente si sono nascosti dietro il mantra del “merito”, senza aver mai avuto il coraggio di sostenere a viso aperto le loro tesi di un’università di serie A per pochi, per chi se la può permettere e un’università di serie B, per tutti gli altri.

Per saperne di più: ETICAECONOMIA.IT L’ALLOCAZIONE DELLE RISORSE ALLE UNIVERSITÀ: MERITO, CONCORRENZA E DISCREZIONALITÀ DEL “PRINCIPE”.
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