Dopo la parentesi, se così possiamo chiamarla, senza correre il rischio di passare per irriverenti, della presidenza Obama, che ha rappresentato nell’oramai lontanissimo 2008, una novità assoluta nel panorama americano e mondiale; mentre da noi, nel vecchi continente, ci si domanda quali saranno le novità di questo secondo mandato, quello nel quale non si dovrà più guardare alle elezioni successive perché, costituzione vuole che il comandante in capo lasci, dopo il secondo giro.

Negli Stati Uniti, dove il tempo corre molto più veloce, Obama è già il passato e sono partite quelle che i media chiamano “primarie invisibili”. La prima a muoversi nell’ostico Texas è la signora di casa Clinton, Hillary. Esordire nella patria dei Bush non è una scelta casuale visto che il suo probabile sfidante repubblicano sarà Jeb, terzo genito di casa Bush, non che pupillo di papà George. Insomma, dopo la grande novità di Obama, la democrazia a stelle e strisce ci offrirà uno dei più classici confronti/scontri della politica americana, quello tra la casata Clinton e la dinasty dei Bush.

Bush, che se dovessero riuscire nel impresa, stabilirebbero un record assoluto, piazzando tre dei propri membri sulla poltrona più importante del mondo. In pratica, dal secondo più giovane presidente di sempre, si passerebbe a un confronto tra la Clinton, che nel 2016 avrà 70anni e Jeb che ne avrà 64, non proprio all’insegna del cambiamento e del rinnovamento, tanto sbandierato in questi anni.

Hillary, che parte per prima, la strada per la nomination sembra più agevole, il suo unico possibile rivale, Biden, al momento tace. Lei, gode di una fama indiscussa e ha già sguinzagliato il marito alla ricerca di sostenitor e finanziamenti; d’altronde il vecchio Bill a parecchio da farsi perdonare. Il sostengono di Obama è scontato, visto l’aiuto dato nell’ultima campagna presidenziale da Bill nel rimpinguare le casse.

Diversa la situazione per Jeb, in standby da un po’ e con molti più problemi. Essere un Bush, senza ricordare troppo il fratello George W. e affrontare una concorrenza molto più agguerrita. Sulla questione dell’immigrazione la sua posizione e molto liberal e punta a conquistare una fetta consistente dell’elettorato ispanico, da sempre in mano ai democratici, sulla scorta del suo “buon operato” (a detta dei residenti) come governatore della Florida ed essendo sposato con un ispanica ma si dovrà confrontare su questo tema con il senatore Rubio, di origini cubane, della Florida anche lui, quotassimo tra le nuove leve del GOP. Sulle questioni economiche le sue posizioni dovranno confrontarsi con la concorrenza del temerario Ryan, che come candidato vice di Romney si è guadagnato fama nazionale. In oltre vi è tutta la fronda del Tea Party, che dopo la doppia sconfitta da parte dell’odiatissimo Obama, non vuol più vedere, ne sentire parlare, della dinastia texasa e dell’establishment repubblicano rappresentato in questi anni da Bush, da McCain, ed in ultimo da Romney.

Questa insomma, è la sfida delle dinasty che si apre in questi giorni in America.

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