Nell’estate 1886 lasciai l’America, non sapendo se l’avrei mai più rivista. Lì ci avevo lavorato per oltre vent’anni come poliziotto, e ora me ne andavo. Fu una scelta forzata, per il mio anziano padre che era molto malato; dovevo tornare in Italia. Come prima cosa, una volta arrivato, dovetti cercarmi un lavoro.

Mi recai subito all’ufficio territoriale del governo dove consegnai le mie credenziali; aver lavorato nella polizia di New York doveva pur essere una credenziale! Dopo pochi giorni fui assunto ed assegnato proprio all’ufficio di polizia della mia città. Pensai…: “un bel colpo di fortuna!”. In realtà l’ufficio di Barletta era perennemente senza agenti, aveva solo dieci poliziotti e due ispettori. Grazie alla mia esperienza americana fui assunto come ispettore. Il giorno dopo mi recai sul posto di lavoro, fu allora che capì perché mi diedero subito quel posto, senza troppe domande. L’ufficio di Barletta, il commissariato (se così lo vogliamo chiamare), era poco più che uno scantinato, in un palazzo diroccato, due scrivanie, un cesso puzzolente e due ispettori che avevano uno sessantadue anni e l’altro sessantasei. Praticamente insieme non facevano nemmeno un ispettore vero. Poi c’erano gli agenti, altra bella sorpresa, grossi, anziani e soprattutto malvestiti: divise stracciate, armi d’ordinanza maltenute o dimenticate chissà dove… Solo due si salvavano ed erano anche i più giovani. Insomma mi ero andato a cacciare proprio in un bel casino. Così mi presentai ai due anziani ispettori, che non sapevano neanche chi tra loro ricoprisse l’incarico di capo della polizia di Barletta…! Poi comunque mi spiegarono velocemente, in maniera confusa e affannata, come avrei dovuto svolgere il mio lavoro. Mi dissero che per il momento non c’erano scrivanie: insomma mi dovevo arrangiare! Poi magari, quando uno dei due sarebbe crepato, avrei potuto averne una…

Il primo incarico che mi diedero fu quello di riordinare l’archivio. “Iniziamo bene!” pensai…; tutto sommato, però, era sempre meglio delle notti in bianco passate a New York con dieci, venti omicidi… Qui almeno finito l’orario di lavoro tornavo tranquillo a casa. Ed il lavoro era altrettanto tranquillo, non te lo dovevi portare a casa, non c’erano problemi se ti presentavi in ritardo e sopratutto la gente ti rispettava, ti riconosceva; addirittura il medico condotto del paese (che non aveva mai trovato il tempo di visitare mio padre) d’improvviso si era presentato a casa mia per visitare mio padre senza voler, nemmeno, esser pagato; insomma tutto questo casino era pur valso a qualcosa.

Finalmente ad agosto, dopo due mesi di lavoro, mi presi qualche giorno di ferie per curare mio padre ed anche perché era il mio compleanno. Tanto ad agosto tutti sono fuori città, quindi nel paese c’è più calma del solito. Il giorno del mio compleanno, mi alzai alle dieci del mattino (cosa che non era mia abitudine fare poiché sono un tipo mattutino). Uscito di casa mi recai in una antica locanda del posto dove volevo prenotare un tavolo per la mia famiglia. Mentre ci andavo avevo un brutto presentimento; credevo fosse dovuto al fatto che mi ero alzato cosi tardi. Ero abituato ad alzarmi alle sei del mattino e ad andare al lavoro per le sette, dopo un abbondante colazione, per arrivare prima di tutti in modo da poter occupare uno spazio per le mie cose. Cosi ,assorto nei miei pensieri, arrivai alla locanda. Prima di entrarvi mi fermai a guardare lo sfarzoso palazzo che era di fronte: un antico palazzo abitato in passato da una nobile famiglia, i Della Marra, da cui il palazzo prendeva il nome. Esso è tutto in stile barocco, cosa molto rara a trovarsi in Puglia al di fuori del Salento. Barletta è vicino al fiume Ofanto, quindi nel nord della Puglia. Tornato al palazzo, ciò che mi colpì non fu tanto lo stile barocco bensì il colore della facciata: un rosa chiaro che mi risultava molto strano; comunque mi voltai senza pensarci più ed entrai nella locanda.

“Aaaaaahhhh!!!!”. D’improvviso udì un urlo, subito dopo un forte tonfo simile ad un sacco di patate quando cade per terra. Corsi subito fuori ma non vidi niente, non riuscì a capire… scorgevo nel viso dei passanti la paura, il terrore, mi sentivo sperduto: non riuscivo ancora a capire. Poi ancora l’urlo di una donna richiamò la mia attenzione: corsi nella stradina che costeggiava il palazzo da dove veniva l’urlo. Davanti a me vidi il corpo di un uomo riverso in terra, in una enorme pozza di sangue… “Cavolo!”,dissi tra me, “proprio il giorno del mio compleanno!”. Mi avvicinai al corpo senza vita, era enorme, grande, grosso… Doveva essere caduto dall’ultimo piano, proprio da dove non c’era più la finestra. Quando arrivarono gli agenti, io ero già lì, nel vedermi se la ridevano perché in città non succedeva mai niente ma oggi era successo questo casino.

Dopo aver dato la triste notizia ai famigliari iniziai le mie indagini. Mi recai subito nella stanza da dove quell’uomo corpulento era caduto e nel percorso non potei fare a meno di ammirare il bel palazzo dall’interno: una bellissima scala, ampi porticati ai piani superiori, un enorme giardino con le colonne, balconate affrescate, stanze enormi, argenti, porcellane e soprattutto tanti quadri. Poi eccoci nella stanza entro la quale tutto aveva avuto inizio, “Quell’uomo corpulento -mi dice l’inserviente- è (pardon era!) il padrone di casa; qui ci viveva con suo fratello: il prefetto!”. Quest’ultimo era colui che mi aveva dato questo lavoro, la sorella della moglie col marito, ufficiale dell’esercito quasi sempre assente, ed il fratello della moglie, il medico condotto del paese, conosciuto per la vicenda di mio padre. Insomma quei signori erano coloro che avevano in mano le sorti della città… mi toccava andarci cauto!

Dopo aver ispezionato, senza aver ricavato elementi significativi per l’indagine, lo studio da dove l’uomo era caduto, feci convocare tutte le persone presenti nel palazzo nel grande salone centrale. Mentre attendevo che arrivassero tutti non potei non notare l’enorme quadro appeso su una parete del salone. Io m’intendevo un po’ d’arte e quel quadro mi sembrava di averlo già visto, ma non ricordavo dove. Comunque il primo ad arrivare nel salone fu il precettore dei figli nonché famoso pittore franco-algerino, Jamall Gibran mentre gli altri tardavano ad arrivare. Scocciato dell’attesa mi avvicinai al pittore per chiedergli del quadro perché mi piaceva molto: egli si sdegnò della mia domanda, come se fosse veramente dispiaciuto della morte del signor Della Marra. Comunque mi disse: “Il quadro è un opera del De Nittis”. “Ah…” intercalai ed egli continuò: “Il Place des Pyramides, il signor Della Marra (egli era il discendente di quella famiglia nobile ma decaduta che dava il nome all’edificio) l’ha appena fatto arrivare dalla Francia; Place des Pyramides, sarebbe piazza delle piramidi a Parigi!!”. “Questo -pensai- ci tiene a far vedere che sa pure il francese…! Che tipo strano!!”.

Finalmente, quando tutti quelli che erano in casa arrivarono nel salone, potei iniziare a porre qualche domanda. C’erano il pittore, l’inserviente, la moglie del signor Della Marra la signora Elisabetta con la figlia Giulia, la sorella della moglie la signora Maria Luisa con i tre figli: Mara, Francesco e Monica, la più piccola. Insomma c’erano tutti. Quando cominciai con le domande il pittore mi interruppe: “Guardi ispettore che non è ancora presente il signorino Filippo!” il figlio maggiore dei signori Della Marra. Nessuno sapeva dove fosse questo Filippo e nessuno se ne preoccupava mai tranne, appunto, il pittore che ci fece notare la sua assenza. Mandai l’inserviente a cerare il ragazzo e nel frattempo continuai con le domande.

“Aaaaaahhhh!!!” un urlo corse sù per le scale. Era la voce dell’inserviente, gridava come una vecchia befana. Lasciai i due agenti con i parenti e corsi di sopra, l’inserviente era per terra che piangeva, sulla poltrona giaceva un corpo, riverso sul fianco sinistro con il viso completamente avvolto nel sangue e per terra li vicino c’era una pistola. “Cavolo! dopo appena un’ ora dal primo morto del giorno ne compare un altro, nello stesso posto!!!” pensai… Ora diventava tutto più complicato, i morti erano due, la famiglia era intoccabile. Prima di avanzare ipotesi conveniva indagare a fondo. “Insomma, il ragazzo si è sparato o è stato sparato? Il padre si è buttato o lo hanno buttato, giù? Mmh….!”

La prima persona che ascoltai fu il pittore, un tipo strano, ci disse poco. Poi passai all’inserviente che ci disse qualcosa di più interessante: “Il signor Della Marra non ne poteva più delle fantasie del figlio che voleva fare il pittore e non il commerciante di stoffe come il padre. Non ne poteva più neanche dei sui modi strani, “diversi”, del fatto che voleva stare sempre col signor Jamall Gibran anche dopo aver finito di seguire le sue lezioni”. Insomma al padre le stranezze del figlio proprio non gli quadravano. Finalmente avevamo qualcosa con cui iniziare le indagini. Passammo poi alla moglie del signor Della Marra, per ascoltare se avesse confermato o meno quello che ci aveva detto poco prima l’inserviente. Inaspettatamente invece che smentire le ricostruzioni dell’inserviente la signora Elisabetta le confermò con molta più enfasi. Cosi l’idea che ci eravamo fatti fu confermata, idea sulla quale io però ora iniziavo a dubitare. Al Contrario i due agenti mi spronarono a prendere in seria considerazione il fatto che ad uccidere il ragazzo potesse essere stato il padre che poi magari per il rimorso si era suicidato. Io mi sentivo abbastanza confuso. Decisi di farmi un giro per la casa, lasciai agli agenti il compito di continuare a sentire tutti gli altri testimoni presenti sulla scena del delitto. Prima di uscire dal salone mi avvicinai al quadro di De Nittis, perché mi affascinava molto. Nel guardarlo da vicino notai uno sfregio: “Mah! -mi dissi- “Strano che il signor Della Marra abbia comprato un quadro sfregiato…”….

Nel mio secondo giro di perlustrazione notai che i letti delle stanze che credevo matrimoniali in realtà non lo erano. Erano semplicemente ad una piazza e mezza. Insomma un letto sì grande ma pur sempre per solo una persona. Allora tornai giù e chiesi all’inserviente di accompagnarmi ed indicarmi la stanza della signora Elisabetta. Mi disse che era la seconda a destra su al secondo piano. Tornai subito di sopra e notai una stranezza: oltre al letto ad una piazza e mezza, nella stanza, non c’era neanche una foto del marito, niente, neanche l’ombra… Forse questo spiegava molte cose a cominciare dal perché la signora era così avversa al maritino, particolarmente evidente mentre veniva interrogata dagli agenti.

Tornato giù nel salone mi resi conto che i ragazzi avevano finito di sentire tutti. Mentre mi leggevano i verbali abbozzarono la loro tesi: il giovane Filippo era attratto fisicamente dal suo precettore ed il padre si era accorto della cosa. Non riuscendola più a sopportarla, spara al figlio. Successivamente preso dal rimorso è corso nella sua stanza e tra rabbia e paura si butta giù. Il ragionamento non faceva una piega. Tuttavia rimanevo ancora all’oscuro del perché la signora Elisabetta non aveva nemmeno una foto del marito nella usa stanza? Perché dormivano separati? e perché il quadro appena acquistato era sfregiato? Comunque per tranquillizzare tutti lasciammo il palazzo dichiarando che molto probabilmente si trattava o di un doppio suicidio o di un omicidio-suicidio e le indagini erano più o meno concluse. Mentre tornavo in ufficio discutevo con i ragazzi delle stranezze del palazzo, del fatto che forse avremmo dovuto sentire anche i ragazzini o che magari avremo dovuto fare gli interrogatori come prassi in commissariato poiché probabilmente nel palazzo si sentivano osservati e non avevano detto tutto ciò che sapevano; forse ci eravamo andati troppo con i guanti.

Il giorno seguente mi recai alla stazione per comprare tutti i giornali che parlavano della vicenda. Mentre aspettavo l’arrivo dell’edicolante feci un giro sulla banchina della stazione (mi piace passeggiarvi poiché mi ricorda quando ero bambino e mio padre mi ci portava). Mentre camminavo vidi una bella signora con una piccola borsa che attendeva il treno; questa mi si avvicinò e mi chiese: “Excusez-moi, monsieur, treno per Milano?”. La signora era ovviamente francese, allora le domandai per conferma di dove fosse precisamente. A questa domanda la bella signora non rispose e distolse lo sguardo. Forse incompreso o forse scambiato per uno dalle losche intenzioni, infastidito, le mostrai il distintivo e gli chiesi di rispondermi. La signora in maniera molto agitata mi disse che era di Parigi. Di rimando le chiesi ancora per quale motivo fosse in città e lei continuando ad agitarsi, non mi volle rispondere. Insospettito dalla sua reticenza la invitai a seguirmi presso il vicino presidio di polizia ferroviaria per ulteriori accertamenti, tanto il treno che stava aspettando non sarebbe passato prima delle nove ed erano appena le sette. La condussi al suddetto presidio per farle qualche domanda; la signora era un tipo molto elegante e raffinata ed anche molto bella. Le chiesi allora:
“Signora, ehm… signorina, capisce l’italiano?”
“Si,si…” mi rispose frettolosamente
“Che ci fa a Barletta?”
“Vacanza!”
“Vacanza?! Non mi sembra che con una valigia cosi piccola lei possa essere venuta in vacanza… quando è arrivata?”
“L’altro ieri!”
“Ah… e già va via?”
“Si…”
“Senta signora ho notato che con sé ha un catalogo d’arte, che mestiere fa?”
“L’espositrice…”
“Senta posso vedere il suo catalogo…?”
Visionando il catalogo mi resi subito conto che l’unica opera significativa che era recensita all’interno era proprio il Place des Pyramides del De Nittis!
Bingo, pensai, questa c’entra con il caso del Della Marra.
“Signora bello questo… quanto costa?”
“Troppo per lei!”
“Ah si…Ma mi dica quanto costa? Giusto per il gusto di saperlo”
“E’ stato già venduto ed è fuori catalogo…”
“L’ha venduto lei, giusto?”
“Si!”
“Bene signora, credo che questo sia sufficiente per invitarla a seguirmi in commissariato. Lei è sospettata dell’omicidio del signor Della Marra, l’uomo al quale ha venduto il quadro!.
Appena giunti in caserma, certo di aver trovato il colpevole, ricominciai subito ad interrogare la signora.
“Allora come è andata… Confessi; lei ha venduto al signor Della Marra un quando sfregiato, lui se ne è accorto e non la voleva pagare. Vistasi defraudata, lei l’ha spinto giù dalla finestra…!”
Mentre mettevo sotto torchio la signora, certo di essere nel giusto e finanche animato da uno spirito di vendetta per come mi aveva fatto passare il giorno del mio compleanno, ad un tratto la donna francese scoppiò in lacrime…
“No, no, io l’amavo… Ero venuta a Barletta solo perché era stato lui a chiedermelo, ma non ci siamo mai incontrati, quando io sono arrivata al palazzo lui era già li per terra schiantato! Quel quadro non l’ho sfregiato io, come avrei potuto… Lui l’aveva comprato solo per farmi piacere, poiché fu davanti a quel quadro che ci conoscemmo, ad una mostra a Parigi”.
“Cavolo!” -pensai- “Signora, c’è qualcuno che l’ha vista e può confermare questa circostanza?
“Certo! L’uomo della locanda di fronte al palazzo. Ero lì ad aspettarlo da più di due ore, poi ho sentito come lei il botto, sono uscita e l’ho visto lì per terra”. La donna era un fiume di lacrime.
“Va bene va bene, controlleremo, per ora può bastare”.
La feci accompagnare ad un albergo e le dissi che sarebbe potuta ripartire a fine settimana dopo i dovuti accertamenti. Forse questa volta stavo prendendo una cantonata…! Insomma il caso era tutt’altro che chiuso. Il signor Della Marra molto probabilmente era stato spinto dalla finestra e se questa donna diceva il vero, bisognava capire con chi si fosse intrattenuto per più di due ore. Forse con la moglie gelosa o forse con qualche amante… chissà! Insomma mi toccava ricominciare, riandare al palazzo per altre domande.
Appena arrivato mi feci annunciare, e subito dalle scale comparve la signora Elisabetta come se mi stesse aspettando.

“Salve signora Elisabetta cercavo lei, devo porle alcune domande”
“Allora forse conviene che ci accomodiamo nel salottino”
“D’accordo, come vuole lei, signora”
“Verrò subito al dunque: com’erano i rapporti con suo marito?”
“Normali come sempre…”
Dopo un giro di parole da parte mia la signora, accortasi dei miei sospetti, si fermò, e dice:
“Non vorrà insinuare che sono stata io, guardi che tra me e mio marito non c’era più niente da anni! Io ero solo la madre dei suoi figli. Ci eravamo ormai chiariti ed a me, tutto sommato, faceva anche comodo; di lui non mi interessava più nulla. Può chiedere a chiunque dentro e fuori il palazzo”.
Andando via dal palazzo trovai subito conferma di ciò che mi aveva detto poco prima la signora. Rimanevano insolute alcune domande: chi aveva sfregiato il quadro? E con chi si era intrattenuto il signor Della Marra?
Feci chiamare di nuovo l’inserviente ed il pittore per interrogarli in commissariato.
“Allora allora, signor Mennea, da quanto lavora come inserviente presso la famiglia dei Della Marra?”
“Da più di vent’anni ormai…”
“Ah… Dunque mi saprà dire che rapporti c’erano tra il signor Della Marra e sua moglie?”
“Beh, si… oramai era da tempo che dormivano e vivevano separati, ciascuno gestiva la propria vita e non s’interessava dell’altro. Dialogavano solo quando c’era da discutere qualcosa inerente i figli”.
“Si, va bene, ma allora con chi litigava quella mattina il signor Della Marra…?”
“Non so! Noi non abbiamo il permesso di salire all’ultimo piano…”
“Ah… ma il signor della Marra aveva altre amanti che lei sappia…?”
“Beh… Mi riesce difficile parlarne…”
“Parli! E’ stato zitto ormai per troppo tempo… potrei arrestarla per aver rallentato le indagini… addirittura per favoreggiamento nel caso emergessero ulteriori particolari!”
“No, no! Io so solo che era solito frequentarsi con la sorella della moglie… ecco… loro sembravano più marito e moglie che cognati”
“Accidenti!… Può andare ora e rimanga a disposizione per ulteriori domande.
Dopo mezzora arrivò il pittore in caserma:
“Allora mi sa dire a cosa è dovuto quello sfregio sul quadro appena arrivato?”
“Non so! In realtà il quadro, prima della riunione che lei ha tenuto in salone, era sano…”
“Ah… E lei dove era?”
“Ma, veramente…”
“Veramente cosa?!.. .Ha forse buttato giù lei il signor Della Marra?”
“No, no…che dice! Io ero con la signorina Mara la figlia della signora Maria Luisa, la sorella della signora Elisabetta, la moglie dell’ufficiale”. “Ah….chiaro! Quindi lei flirtava con la figlia della signora Luisa, in assenza del padre…”
“Mah…guardi, non fraintenda…”
“Va bene, passando oltre, mi dica: qualcuno sa della sua relazione con la signorina…”
“Solo il signorino Filippo, che a volte ci copriva…”
Cosa?! E perché non me l’ha detto prima? sa che potrei incriminarla per la morte del signorino?!”
“Ma no, no… no era stato il padre…!!!”
“Spiacente! Lei è in arresto!”
Cavolo… non ci stavo capendo più niente. Dovevo convocare subito la signora Luisa per sentire cosa aveva da dire… Anzi, andai di persona al palazzo. Appena arrivato chiesi della signora Luisa, poi dissi all’inserviente che l’avrei aspettata nel salone di sopra e che mi avrebbe dovuto raggiungere lì. Presi una sedia e mi accomodai proprio vicino al quadro. Appena la signora arrivò rimase per un attimo impietrita sulla porta, poi le feci cenno di avvicinarsi e di sedersi proprio di fronte a me e quindi di fronte al quadro.
“Signora” -dissi- “Devo porle delle domande circa alcune voci che girano in paese e una, in particolare, su questo quadro alle mie spalle”.
La signora diventò scura in volto e mentre mi dilettavo nel fare lo Sherlock Holmes della situazione, si alzò di scatto, prese il taglia carte da un vano della libreria e tentò di colpirmi. “Signora cosa sta facendo?!…Ooh…!!!”
Le saltai addosso disarmandola. La signora Luisa cadde per terra ed incominciò a piangere. Riversa sul pavimento, mi confessa d’essere stata lei a lacerare il quadro dopo aver frugato nella corrispondenza del cognato, che era solito portarle nello studio. Scopre così la relazione che il signor Della Marra aveva intrapreso con la giovane donna parigina (ormai di nostra conoscenza). Accecata dalla rabbia sfregiò il quadro e quando il signor Diego Della Marra si accorse del gesto, ella mentì spergiurando d’esser stata lei, per un incidente, a sfregiarlo e cercava il suo perdono. Non fece, però, nemmeno in tempo a finire la messa in scena che il signor Della Marra la aggredì insultandola. La donna accecata dalla gelosia gli riferì rabbiosamente che aveva scoperto tutto… e perché ci teneva tanto al quel quadro. Così iniziò una violenta lite, in cui la donna gli rinfacciò d’aver tradito, il fedele e devoto maritino, per oltre dieci anni e che la sua terzogenita in realtà non era figlia sua… In tutto questo trambusto il signor Diego Della Marra, che era sofferente di cuore, ebbe un malore e si avvicinò alla finestra per prendere una boccata d’aria, la donna accecata dalla rabbia, dal dolore e dal rancore si avvicinò e mentre era curvo, sul parapetto, lo spinse di sotto. Così chiamai gli agenti e feci arrestare la signora Luisa dichiarando chiuso il caso della morte del signor Diego Della Marra. Raccolsi la corrispondenza del signor Diego per trovare la lettera citata dalla donna, così da poterla usare come prova.
Agli arresti c’era ancora il pittore per la morte del giovane Filippo che (ormai era lapalissiano!) non poteva essere stato ucciso dal padre. Dopo le perizie balistiche e cliniche decisi però di scagionarlo, visto che secondo il medico (lo zio) ed il tecnico balistico il giovane Filippo si era suicidato in quanto la traiettoria del colpo, che entrava dalla bocca e usciva dal retro del cranio, era quella tipica del suicida che usa un’arma da fuoco. Peraltro era morto al secondo piano è li, né la servitù, né il pittore, avevano accesso. Così archiviai entrambi i casi e finalmente ripresi le mie ferie, quei pochi giorni che mi erano rimasti.
Al palazzo però ci tornai ancora una volta per proporre ai signori Della Marra di rivendermi il bel quadro del De Nittis, Place des Pyramides, sperando nel fatto che volessero liberarsene per i tristi ricordi a cui era oramai legato. Inaspettatamente i signori decisero di farmene omaggio per aver risolto il caso in pochissimi giorni, senza troppo rumore, evitando che la vicenda fosse data in pasto all’opinione pubblica nazionale. Posizionai il quadro nel salotto di casa (ci stava veramente bene) che ora sembrava una piccola “reggia” con quel bel quadro al centro. Dal pittore della famiglia Della Marra comperai la copia identica per metterla in ufficio. Ero innamorato di quel quadro dei suoi colori, della novità che rappresentava, dal momento che nel quadro non c’era la solita bella piazza ma, la piazza così come si presentava a quel tempo, con una grossa impalcatura davanti alla facciata del palazzo che faceva da sfondo ed alla sua sinistra, in prospettiva, alcuni manifesti appesi alle mura di un cantiere. Così diedi un aspetto un po’ più decoroso all’ufficio. Dopo gli ultimi eventi sarei diventato presto il capo ufficio, nonché commissario.
Quando andai a prendere la copia del quadro dovetti cambiarvi la cornice perché quella che aveva costava troppo. Così scoprii che non era un’ opera del pittore, ma del suo apprendista, il giovane Filippo, perché nel retro vi era la sua firma nonché un suo lungo scritto. Era il suo testamento, potremmo dire, in cui spiegava perché aveva deciso di suicidarsi. Era disperatamente innamorato di sua cugina Mara, che aveva scoperto avere da tempo una relazione segreta col suo maestro, venendo sopraffatto così dal dolore di non essere ricambiato. Si sentiva un miserabile, uno sfigato, un mediocre, un uomo stupido ed incapace di tutto, ecco perché si era suicidato. “Cavolo!!” Tutto questo nonostante fosse ricco, bello e soprattutto un ottimo artista. In effetti il maestro invidioso della bravura del ragazzo, mi aveva fatto credere che l’ottima copia del dipinto fosse opera sua.

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